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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata

Pubblico questo fondo editoriale pubblicato su Lucidamente, anno V, n. 58, ottobre 2010, perchè ne condivido gran parte del contenuto, per illustrare un mondo - quello dell'editoria - che è in effetti così, ma non la grande amarezza di fondo... Tutto si può e tutto si deve scrivere, ma chi può deve esercitare orgogliosamente il proprio talento, qualche che sia, fidando su quanto l'esercizio ci arricchisce l'anima, e non certo il portafoglio... C. 

Scrittori o prostitute? Editori italiani, vil razza dannata Ignoranti, corrotti, sfruttatori: piccolo panorama nero, anzi nerissimo, ma molto realistico, per i poveri letterati onesti... by Sergio Sozi

Chi vive in Italia, e abbia almeno quarant’anni, quel che ora scriverò lo sa già, tuttavia è meglio metterlo per iscritto, ché magari servirà ai giovani italiani, perché sappiano che i motivi della loro rabbia e del loro sentirsi derubati, ignorati o sfruttati dalla attuale editoria, sono motivi sacrosanti. Ricordatevi dunque sempre questo, giovani: l’Italia è il Paese dei malfattori incapaci di qualsiasi professionalità di alto livello culturale e morale. Solo loro, i privi di scrupoli che manco leggono i vostri CV e i vostri inediti, possono vivere (e bene) in questa stupenda isola di mafiosità e ignoranza – vergogna e motivo di derisione per l’Europa moderna tutta, Paese isolato e giustamente incompreso, Paese dove neanche un contratto editoriale vi garantisce dal non essere pagati dall’editore che lo ha controfirmato. Se non siete come loro, degli insensibili e dei disonesti, lasciate da parte le sane aspirazioni.

Dunque fate i calciatori, per carità, bravi giovini, o prendete altre strade, imbracciate altre carriere: economia e commercio, gioco in borsa o nelle bische, rapine ben fatte assieme ai banchieri, prostituzione televisiva, stradale o partitica, spaccio di droghette varie e quant’altro, che so: un assessorato al comune... ma la letteratura, l’originalità, la profondità e l’intelligenza, la competenza e la serietà, l’onore, per favore no! No! Mai! Diventerete lo zimbello di tutti e morirete di fame! Chi vi vuol selezionare e pretende di giudicarvi nell’editoria (tutta: piccola o grande, tranne eccezioni), sappiatelo sempre, è un incivile, un uomo rozzo e abbrutito senza passioni né competenze o professionalità: sfuggitegli! Sfuggite all’editore! Amatevi! Piuttosto cercate di conoscere quei sottosviluppati mentali che stanno nei realitisciò! Fate la fila per farvi decerebrare dalla De Filippi o simili! Ve ne prego! Amatevi! Non studiate l’italiano e men che mai la letteratura, la sintassi!

Insomma: se siete onesti e il papà non ha amici importanti, per favore emigrate subito a vent’anni, non aspettate di averne trentacinque come ho fatto io, povero demente illuso, attualmente quarantacinquenne! Laurea e via: trovare ostello fra gente normale, fuori Italia. Eh, sí, qui adesso, giovani italiani, io vi scrivo per amore puro e disinteressato (lo faccio gratis): perché sappiate che, se siete forti lettori e avete sale in zucca, se pensate che l’Italia sia dopotutto un Paese europeo, dove l’editoria è un campo dell’economia che accetta chi sappia lavorare bene, cioè scrivere bene, dove si può fare carriera come nell’economia, ecco, attenti: toglietevi questi grilli dalla testa: sapere scrivere è in Italia un demerito, anzi addirittura una colpa e una carriera nel campo della cultura è possibile solo per chi si arruffiani con direttori, editori, politici, imprenditori e loro fiduciari (portaborse e lustrascarpe amici di famiglia). Giri chiusi ed ermetici – non come Montale, eh eh eh. Siete fuori dai giri: non fatevi alcuna illusione, siete totalmente inutili, o magari, ad andar bene, solo carne da macello. Sí: per fare strada nell’editoria italiana bisogna essere dei maleducati, nel senso di arraffatori, politicanti, affaristi spregiudicati e soprattutti analfabeti, o semianalfabeti (per salvare il blasone) che NON leggono, o se leggono lo fanno in fretta e se lo fanno in fretta non capiscono un’acca. Ma leggono bene le cifre del proprio stipendio, quelle sí, hai voglia. Però voi uno stipendio, se avete dignità ed amor proprio, non lo percepirete mai.

Prostituendovi magari sí: dovrete scrivere male e in modo piatto e intanto arruffianarvi col capo imbecille, e attendere che vi lanci un boccone come ai cani. Al guinzaglio. Cosí, dunque, preciserò ancora, adesso scrivo (gratis) perché voi giovani dovete sapere di aver prefettamente ragione a ritenere l’editoria italiana un insieme di persone di dubbia moralità che pensano alla saccoccia loro e a quella dei tipografi, dei distributori, dei vecchi tromboni della letteratura, pensano alle tasche di tutti quelli che sono loro indispensabili insomma ma non alle vostre, voi siete di serie B: e questo perché voi giovani onesti e capaci scrittori avete la colpa di essere giovani, innamorati del sapere e della vita e bravi, professionali o che potete diventar professionali ben presto, se qualcuno vi aiuta e vi paga. Avete la colpa di tutto questo, capite?

E chi sta in colpa deve morire di fame, non deve pensare a fare lo scrittore ma l’impiegato a termine, non deve sposarsi e fare figli, essere felice, ma deve decadere e diventare un pessimista, un moribondo come i vecchiacci che vi giudicano. Mai leggere e lanciare le opere profonde scritte con sacrificio e competenza da chi non stia nei giri giusti, dicono e sanno bene questi vecchi perfidi e mezzi zombie, Grandi Ignoranti Editori e Direttori e Capiredattori ex leccaculo o attuali leccaculo anche se hanno i capelli bianchi. E se ogni tanto leggono qualcosina – poco, eh, non si sa mai ché fa male alla vista – questi volponi tutti direttori editoriali e intimi dei capoccioni, o anche tutti figli di papà o partigiani di qualche partito politico o filibustieri avventurieri, questa gentaglia insomma, se legge i dattiloscritti degli sconosciuti – putacaso il vostro dattiloscritto inedito – questa gentaglia, ripeto, cerca solo il modo per sfruttarli gratuitamente, i vostri sacrifici di occhi di testa e di cuore. E se poi questi mascalzoni vi fanno pubblicare un articoletto, guai a pagarvi: il vostro lavoro, il vostro tempo non vale una lira, un euro, pardon.

Gratis è la parola che tutti propongono al giovane che scriva bene, non certo ‘‘Ti pubblico e ti pago’’ ma GRATIS. Gratis voi, loro invece hanno già uno stipendio, ovviamente, il tipografo, poi, loro lo pagano, eh... il tipografo vale molto piú di voi che scrivete l’opera, sia chiaro. No, no: la letteratura italiana non paga – gli scrittori competenti – paga solo editori, direttorucci e direttoroni, distributori, librai e tipografi. Con l’eccezione di qualche scrittore ammanicato e spesso penoso, che vanta un nome, e lo vanta perché ha un altro impiego sicuro in altro settore, e inoltre va a cena con gli editori e dunque può stare tranquillo. E nemmeno troppo, ma piú di voi che scrivete meglio di lui, sí, certamente costui è piú tranquillo di voi: che gliene frega? Tanto ha un altro lavoro, scrive solo per la gloria, mica perché sappia fare solo questo, come voi, poveri giovani letterati, voi poveri imbecilli illusi e sentimentali che vorrebbero fare letteratura per professione come in tutt’Europa accade ai competenti.

Allora, forza: leggete solo i classici di almeno cinquant’anni fa e intanto imparate a scrivere male, esercitandovi inoltre a prostituirvi in altri campi piú redditizi, cos’aspettate? Donnine allegre, gigolò, savoir faire a tutta birra, ragazzi: muoversi! Se Gadda, Campanile, Calvino, avessero venticinque anni oggi, non farebbero altro che imparare a scrivere sgrammaticato e a fare i furbi per sopravvivere nella marmaglia...

L’immagine: Sergio Sozi assieme a Umberto Galimberti.

Sergio Sozi

Di Claudio Montalti - 29 settembre 2010 alle 11:23:13
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Centochiodi, bel film

Centochiodi, bel film

Sorprendente coincidenza la visione di "Centochiodi" perchè si riallaccia proprio bene agli ultimi blog? Affatto, ognuno di noi vede, della vita, gli "episodi che vuole vedere"... diffidate quindi di tutti coloro che da un contesto di fatti prende solo quelli che servono a dimostrare la  verità: è solo una versione delle cose, magari un accostarsi alla verità, MAI è la verità assoluta... Tanto meno se si fa questa operazione per ergersi, per convincersi e convincere di essere saggi e virtuosi, intelligenti, e mi sto riferendo ad un tipo come Roberto Gicobbo, della (pacchiana) trasmissione Voyager, che il buon Fabio Fazio ha dovuto invitare la suo "Che tempo che fa" sicuramente per ordini di scuderia. Per fortuna l'ha preso per i fondelli per bene e a più riprese, ma sempre con gusto.

La stessa evanescenza (mancanza di autocritica) di Giacobbo si evince dalla sua carriera, che pare essere premiata più da conoscenze giuste che da capacità... Forse sono cattivo, e anche prevenuto, ma come è vero che amo chi spiega e argomenta il suo punto di vista, e accetta il conseguente confronto perchè è solo attraverso ua sua sintesi che ci si avvicina alla verità, è anche vero che non mi piace la presupponenza, l'autocompiacimento, sia pure cammuffati da buone maniere, peggio che peggio se elargiti con un (falsissimo e fastidiosissimo) sorriso accondiscente. Tornando al punto, è anche di tutto questo che parla Centochiodi, l'ultimo film (del 2007) di Ermanno Olmi. Il professorino protagonista  (un ottimo e sorprendente Raz Degan) del film, se lasciamo per un attimo perdere il folle atto iniziale, ricomincia da capo, da zero e senza nulla, una nuova vita. Si immerge senza protezione nella natura italianissima e per nulla isolata o selvaggia di Bagnolo San Vito, in un casolare abbandonato e semidoroccato lungo l'argine del medio Po nel mantovano. Si immerge senza nulla nella natura, ma anche tra gli uomini. E non muore, o stenta... no! Anzi riscopre l'essenziale dei tempi dell'alba e del tramonto, della pioggia e del sole, della carità e solidarietà, dell'amicizia, del condividere quel che sia ha, fosse solo una parola o un bicchiere di vino.

"Tutti i libri del mondo non valgono un caffè con un amico". Vero: il sapere tante cose non dà nessuno spessore al vivere o al vissuto se non è intimamente condiviso, come lo dà invece il sapere unito all'amicizia, all'amore, dentro e non fuori o ai margini della realtà di ogni giorno.

Ma - purtroppo per il protagonista - la bella favola (perchè è di questo che fondamentalmente si tratta) non dura. Non può durare perchè egli è figlio dei nostri tempi, affermazione che si traduce nella metafora della follia iniziale, che arriverà puntuale a chiedergli il conto. Viene da pensare che nel caso del professorino nulla tornerà come prima, e che nel film egli fa infine una scelta risolutiva decidendo di scendere in barca il Po, allontanandosi definitivamente dal casolare e dalla comunità in cui si era così bene insediato. Forse lo fa perchè "Il fiume va lontano" a dirla come afferma la più semplice delle comparse di "Centochiodi", o forse il professorino preferisce consapevolmente darsi la morte, invece che andare incontro a probabili nuove  delusioni della vita, che è in ogni caso destinata a evolversi, se in meglio come sembra o in peggio come molti sostengono quotidiamente, è tutto da decidere.

In ogni caso, il messaggio forte del film è che nessuna vita è piena e degna senza amore per tutto ciò che vive.

Ho seguito anche il dibattito tra Umberto Galimberti, il Cardinale Tonini e lo stesso Olmi. Il filosofo ricalca, nella sua arida e sicura analisi del film, il personaggio del superiore del professorino. Non che non dica cose anche giuste, ad esempio quando dice che nessuna religione può dire sinceramente di dialogare con le altre finchè non nega il dogma di essere detentrice della verità, ma solo della sua verità. Ma il buon Galimberti è offeso, e si vede, dalla forte scena iniziale del film, quella della follia, in cui il professorino inchioda decine di libri antichi al pavimento e ai tavoli di legno dell'Antica Biblioteca Universitaria di Bologna, chiodi che non per nulla sono identici a quelli che si dovettero usare con Gesù Cristo sulla croce. Il simbolico parallelismo tra conoscenza e uso che si fa della stessa e Cristo e relativi insegnamenti ci sta tutto tutto...

Il professorino confonde il buon sapere dei libri con la dittatura di  pensiero, confusione che svanisce, ma questo si vede solo alla fine del film, in parole che per lui saranno chiarificatrici, e lo spingeranno infine nella natura del Po. E' assai più sensato dire che da migliaia di libri egli non abbia imparato nulla, come in effetti è visto che non ha mai coltivato rapporti umani...

E a mio avviso sono proprio i buoni  insegnamenti e il cattivo uso che si ne fa degli stessi il punto focale del film.

Voi cosa ne pensate?

Di Claudio Montalti - 19 aprile 2010 alle 17:45:03
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La condizione di uomo

La condizione di uomo

Eccovi un altro bellissimo brano, questa volta di Jean-Jaques Rousseau (Eh sì, quello della toria del buon selvaggio, della massima "L'uomo è nato libero, ma ovunque è in catene"...) da L'Emilio.

"Vi fidate dell'ordine attuale della società senza pensare che tale ordine è soggetto a inevitabili rivoluzioni e che vi è impossibile tanto prevedere quanto prevenire quella che riguarda i vostri figli.

Il grande diventa piccolo, il ricco diventa povero, il monarca diventa suddito; i colpi del destino sono forse così rari che voi possiate ritenervene indenni?

Ci avviciniamo ad un periodi di crisi e al secolo delle rivoluzioni. Chi può prevedere ciò che diventerete?

Tutto ciò che gòli uomini fanno, gli uomini possono distruggerlo; gli unici segni indelebili sono quelli impressi dalla natura, e la natura non crea né principi, né ricchi, né gran signori.

Cosa farà dunque, nella bassezza, quel satrapo che avete allevato solo per la grandezza?

Cosa farà nella povertà quel pubblicano che sa vivere soltanto nell'oro? Cosa farà, sprovvisto di tutto, quel fastoso imbecille che non sa avvalersi di sé stesso e si affida solo a ciò che è estraneo a lui?

Fortunato quindi chi sa abbandonare la condizione che lo abbandona, e rimanere uomo a dispetto della sorte!

Che si lodi quanto si vorrà il re sconfitto che come un folle vuole essere sepolto sotto le macerie del suo trono; per lui io provo disprezzo; vedo che egli esiste solo con la sua corona in testa, e che non è più nulla se non è re; ma colui che la perde e sa farne a meno è allora al di sopra di essa.

Dal rango di re, che un vile, un malvagio, un folle può adempiere come chiunque altro, sale alla condizione di uomo, che pochi uomini sanno adempiere... "

L'EMILIO è uno dei libri più famosi nel campo dell'educazione, un romanzo pedagogico che verte su un concetto - che dovrebbe essere universale - introdotto dallo stesso Rousseau: "L'uomo è buono per natura, quindi il fine dell'educazione è impedire che il fanciullo subisca l'influenza negativa della società."

A mio avviso è ottimo per genitori, educatori e figli. Assolutamente da leggere!

Di Claudio Montalti - 13 aprile 2010 alle 14:46:30
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Buoni e cattivi insegnanti

Buoni e cattivi insegnanti

"La favolosa vita di Oscar Wao" ha un inizio scoppiettante perchè, sarà per caso o sarà voluto, i cinque personaggi che s'incroceranno per tutto il romanzo, vengono introdotti in maniera tale che chiunque trova il modo di identificarsi con uno di loro.

C'è il ragazzo buono-sfigato che si rifugia e vive in un mondo tutto suo; c'è la di lui sorella che riesce benissimo in tutto quel che fa; c'è la madre che ne ha passate di tutti i colori e ancora continua a prendere di petto la vita; c'è la nonna che è un po' l'angelo custode di tutti, il buono che si oppone al Tofu (che è una specie di maledizione o magia nera propria della Repubblica Dominicana), gettato sul bisnonno da nientepopòdi menoche Trujllo, ex dittatore, molto prima che inizi la storia narrata.

Il racconto perde un po' ritmo e interesse nelle pagine centrali per riscattarsi in parte alla fine, di pari passo delle vicende del protagonista, del quale io ho condiviso molto dell'infanzia, adolescenza e prima maturità. Tutto sommato, un libro che vale la pena leggere, anche perchè informa sulle vicende storiche e parallele di Usa-Cuba-Santo Domingo dal '45 fino al '70 circa, ma che non si avvicina nemmeno di poco al superbo "La casa degli spiriti" tanto per dire il primo romanzo di questo genere che mi viene in mente.

Ho subito iniziato a leggere Pennac. Da tanto volevo conoscere questo autore, e quindi il suggerimento di Hornby ha qui trovato la porta spalancata. Lo volevo leggere perchè, mi parve di capire in una intervista rilasciata su un settimanale per lo stesso volume "Diario di scuola" che hom per le mani adesso, e le prime pagine lette - piene di quotidiana e autoironica realtà - lo confermano in pieno, Pennac è uno di coloro che pensa e crede fermamente che siano i buoni insegnanti prima ancora che i buoni insegnamenti a costruire le buone persone, che abbiano o meno la "stoffa" o particolari talenti.

E i buoni insegnanti sono indispensabili come l'aria da respirare per costruire una buona scuola.

Contrariamente a quel che comunemenet si pensa, a mio parere la scuola non deve affatto insegnare delle materie o un mestiere. Piuttosto, deve insegnare metodi e meccanismi del ragionare, a sintetizzare e trovare quel che serve nel momento in cui serve, e non fa proprio nessunissima  differenza che si tratti di una ricetta di cucina, di un itinerario turistico o dell'invenzione che rende più conmoda la vita... Certo, i percorsi individuali possono essere più o meno agili o tortuosi, ficcanti oppure dispersivi, ma mai si dovrebbe perdere di vista quello che è il vero scopo di ogni scuola, ovvero di ogni insegnante.

Ogni cattivo insegnante fa danni che difficilmente trovano riparo, molti più di una società assente e inconcludente coi ragazzi, a partire dalla stessa famiglia.

Senza buoni insegnanti non vi è nessuna speranza di un futuro migliore.

Chi mi segue da tempo, sa che ho spesso espresso la mia avversione verso chi non è bravo, o è addirittura  INCAPACE, di educare, eppure sta lì perchè "bisogna pur lavorare". La esprimo ogni volta che posso perchè ho avuto davvero pochi buoni insegnanti in 13 anni di carriera scolastica: due, forse tre.

Fossero stato di più, e ne avrei avuto tutto il diritto, avrei forse trovato prima la mia strada, avrei forse risolto più facilmente i miei problemi.

Sono stato fortunato a trovare nei libri e nelle esperienze di vita tanti buoni insegnati, ma ancora trovo assurdo l'essere stato abbandonato a me stesso, andazzo che è è andato costantemente degradando... Forse, dico forse, l'ultima riforma dell'istruzione - se non proprio ottima - ha cominciato a dare coraggio ai professori... 

Di Claudio Montalti - 12 aprile 2010 alle 08:15:08
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Quando il buon giorno si vede dal mattino

Quando il buon giorno si vede dal mattino

Con un'alba così spettacolare, quasi polinesiana se per un momento riesce a far finta di non vedere la linea dei tetti e delle modernità (che ci danno anche tanta comodità, quindi perchè lamentarsene?) come si può non sorridere per tutta la giornata?

I giorni scorsi avevo iniziato un libro con entusiasmo. Aveva per inizio questa frase di Clarice Lispector... "Perfino eliminare i propri difetti può essere pericoloso - non si sa mai qual è il difetto che sostiene il nostro intero edificio"

Grande! Ma avete mai letto nulla di più vero? Da anni sostengo di apprezzare di più, di me, alcune parti che altri snobbano o disprezzano. Il naso, ad esempio, o più seriamente una certa tendenza alla generosità, vista spesso come egocentrismo o protagonismo invece che nella sua dimensione più semplice e vera.

Per la cronaca il libro si è poi rivelato una delusione nella sua intricata prolissità, e felicemente abbandonato a sè stesso dopo una settantina di pagine (con pochissime eccezioni, lette con fatica) e non mi ha sorpreso legegre poi che l'autrice - Camilla Baresani - sia una corsivista per il Corriere della Sera.

Non mi ha sorpreso perchè ormai in Italia pubblicano quasi solo esclusivamente giornalisti, quando non si tratta di politici, personaggi televisivi (comici tormentonari in primis)  o addirittura gossippisti o tuttologi (ma che parola è "tuttologi"? aaarrrggghhh!!!) o, ancora peggio che peggio, mezzi delinquenti purchè sappiano attirare le attenzioni dei media...

Sì, lo ammetto, c'è anche un po' di invidia in questo, ma se un testo risulta illegibile a me, che sono di bocca buona, ve lo assicuro, lo sarà pure per molti altri, no? E ben gli sta all'editore (Bompiani).

E di qui è partita la mia sfida a leggere alcuni libri consigliati da uno scrittore piuttosto noto e divertente, Nick Hornby, uno dei pochi che sa raccontare la generazione di mezzo, quella che è venuta dopo il 68, e prima delle ultime invasioni barbariche (mi riferisco alle orde nate dal fine '80 in poi), quelli che da piccoli beccavano scapaccioni a tutto tondo da genitori ed adulti in genere, e che ora ne beccano anche di più dai figli e dalla gioventucola in genere...

E nel mezzo ci aggiungo la penosa debacle del genere "maschio", ormai tanto confuso da non essere più nè carne nè pesce. Per molti di noi entrati da poco o da molto negli -anta una vita passate a prenderle insomma, e non è finita, temo.

Comunque Hornby fa autoironia e ride di sè, e questo è tutto grasso che cola per chi è capace sempre di trovare del bello nelle sue giornate, bello che esiste sempre, chiaro. E leggendo il primo dei testi consigliati, salta subito all'occhio che i suoi gusti sono i gusti di una persona qualunque.

Chi l'avrebbe mai detto? Magari Hornby parla anche come una persona qualunque... Ma per dirla come un noto patacca romagnolo, con questo cosa volevo dire? Non lo so, però la mia giornata è ancora più leggera da quando so che c'è gente anche non comune che sta bene con poco e che si prende in giro ogni volta che può.
Di Claudio Montalti - 02 aprile 2010 alle 11:20:29
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