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AUSTRALIANDO - Come inizia...
AUSTRALIANDO - Come inizia...

Il contenuto degli zaini è sparpagliato ovunque nella piccola stanza. I vestiti, stremati, formano un mucchio puzzolente, ma ordinato, dove li ho gettati uno sopra l’altro lentamente, attentamente. Non c'era stata nessuna fretta nei miei gesti. Rallentare il momento del definitivo distacco è stata la mia maniera di ringraziarli, dopo che avevano compiuto per intero il loro dovere. Questa esagerata delicatezza non mi ha affatto sorpreso.

Sulla sedia, una simpatica maglietta nera con un koala stilizzato bianco e la casacca gialloverde dei wallaby, la nazionale di rugby australiana, i soli indumenti rimasti, cadono senza la minima piega. Li indosserò per il lungo viaggio di ritorno dimostrando la mia provenienza a tutti coloro che saranno in grado di capirlo. Ad altri basterà forse lo scintillio degli occhi, il sorriso appena accennato, ma costante, o lo strano modo di procedere guardandomi costantemente intorno, se solo non sarà scambiato per eccessiva insicurezza. Altri ancora apprenderanno dall'abbronzatura o direttamente dalle mie parole cosa significa un lungo viaggio on the road nel nuovissimo mondo.

Mi scuoto.

Come sempre sto peccando d’ottimismo. Ce ne vuole molto per pensare che tutte le persone capiscano cose che, in realtà, interessano solo a pochi. Gli occhi sui vestiti che indosserò, non vedo l’ora di sedermi sull’aereo, di lasciarmi condurre per mano un giorno intero fino a Roma e poi a casa. Già… il pensiero di casa.

È lievitato costantemente nelle ultime settimane ed ora è così forte che fremo. Chi sta in poltrona sogna di viaggiare, ma per chi viaggia arriva sempre il momento in cui si sogna la propria poltrona e il proprio letto e tutto ciò che essi rappresentano. Affetti, routine quotidiana e lavoro sono diventati l'inevitabile capolinea di ogni mio pensiero. È normale, penso, eppure non l’avevo ancora realizzato. Avevo sempre considerato il pensiero di casa come un desiderio innescato dalla debolezza, dalla solitudine, a volte assediante, causata dal mio modo di viaggiare e non una semplice verità. L’avevo combattuto perché cerco di essere sempre forte, anche quando non lo sono. È la mia maniera - non l'unica, ma sicuramente quella a me più congeniale - di proteggere un'anima molto sensibile.

"Sì! Il ritorno è uno dei momenti più belli del viaggio", sussurro lieve, ma credendoci davvero, commuovendomi per averlo finalmente capito.

Non è altro che uno dei tanti pensieri che mi porterò a casa, una delle tante piccole e grandi scoperte e rivelazioni che il lungo viaggio mi ha regalato, istanti di grande chiarezza che mi sono guadagnato, a volte ridendo, altre soffrendo. Ma non sono ancora a casa, ne sono molto distante…

Passano pochi minuti e aggiungo un'altra delicata perla al bagaglio dei ricordi nettando le ultime gocce d’acqua al lume di una candela. Con il temporale è andata via la corrente, ma invece di adombrarmi ho vissuto e assaporato appieno l’eccitazione di una doccia insolita. C'era una poesia speciale, infinita e romantica, nell’acqua fredda che scendeva dalla doccia massaggiandomi e rinfrescandomi. Consapevole del tempo che rotolava in attimi ben distinti, non era più semplice acqua quella che mi lavava e rilassava asportando una dopo l'altra microscopiche stille di fatica, ma tante minuscole gocce di luce, ognuna delle quali si accendeva al tremolare timido della candela. Tutte insieme, mi hanno avvolto di riflessi che richiamavano tempi ormai datati. Da sola, quell'acqua possedeva una semplicità capace di risolvere la maggior parte degli sciocchi problemi della nostra assillante vita, quei problemi e quella vita in cui mi sarei a breve reinserito.

Finito di asciugarmi, davanti a una piccola candela ripenso ai violenti temporali estivi che nella mia infanzia causavano ancora ripetuti e normali black-out persino nel più evoluto Occidente. Erano occasioni in cui, uniti dalla semplice gioia di chiacchierare nella luce rilassante e diseguale di una fiammella, che creava affascinanti giochi di luci e di ombre sui volti e sugli occhi delle persone amate, ci ritrovavamo intorno a un tavolo in attesa che ritornasse la corrente.

Non riesco ad impedirmi di gioire del momento. Alquanto egoista nei confronti della povera gente di Bali che, vicino a me, sta soffrendo un grosso disagio, centellino la dolcezza innescata dai ricordi. Assaporo quelle sensazioni e le trovo ancora fisicamente avvolgenti, veri flashback che altrimenti avrebbero continuato a sfuggirmi per chissà quanto tempo ancora, sicuramente fino alla prima interruzione di luce, o forse per sempre.

Strana cosa i ricordi. Il ricordare creava non poche malinconie quando, giovanissimo tra giovanissimi, a un episodio di scuola se ne faceva subito seguire un altro e poi un altro ancora finché non formavano una catena lunga ore. Prima che quell'esercizio diventasse noioso, uno di noi, non importa chi, se ne veniva fuori con una battuta, sempre la stessa: "Ragazzi, come ci si sente vecchi quando si comincia a ricordare!" Nella leggerezza dei diciassette o diciotto anni non si ha ancora coscienza del fatto che i ricordi, e le esperienze, costituiscono il solo patrimonio che vale la pena raccontare, l’unico esattamente ed esclusivamente nostro, diverso da ogni altro che possiamo trasmettere, perché fornisce l'esatto spessore del nostro vissuto.

La candela si consuma e si trasforma in tutta naturalezza, magnifica metafora del viaggio che sta terminando dopo tre mesi intensi e spossanti. Con gli occhi spalancati, ipnotizzato dalla tremolante fiammella di paraffina, le parole inseguono i pensieri, si rincorrono con la stessa selvaggia impetuosità delle onde viste a Ulu-Watu nel pomeriggio. Nascono nella mia testa e lì ingrandiscono, rombano e spumeggiano incessanti, finché avverto la necessità di scriverle. Afferro lo zainetto che ha sostituito quello vecchio, in cima al mucchio di panni ormai inutili, ma, che come quello che l'ha preceduto, è subito diventato un compagno inseparabile che mi segue e seguirà ovunque, anche in bagno. Quasi ovunque. Il giorno in cui l'avevo abbandonato perché nella mia mente si era trasformato in un impegno soffocante, indifeso com'era, aveva subito il frugare di mani che non erano mie. Mai più abbandonerò l'unico angolo di casa che possiedo nel mio disordinato girovagare.

Non devo rovistare molto. Il gesto è automatico e trovo al primo tentativo il blocco dei fogli ancora bianchi, oppure pieni. Ne tiro fuori uno dei ultimi scampati alla mia riscoperta vena letteraria. Mentre scrivo, di tanto in tanto, lo sguardo corre ai fogli gualciti e incurvati da innumerevoli bagni di umidità, da asciugature al sole e alle temperature più roventi che abbia mai conosciuto. Guardandoli mi rendo conto che desidero leggere quello che ho scritto fin dal giorno in cui, trovandomi per la prima volta di fronte all’immenso Oceano Pacifico, ho cominciato a riempire di parole il retro di un volantino pubblicitario.

Era spesso il buio della notte, un rumore diverso, la sconfinata profondità di un landscape a tirarmi fuori semplici frasi oppure sensazioni oscure come la formula di un alchimista. Nel momento stesso in cui le affidavo alla carta,, ne ricavavo il vantaggio che non mi appartenevano già più. Scrivendoli sempre da qualche parte, i ricordi e i pensieri non hanno intralciato il mio viaggio, non hanno impedito a nuovi significati di emergere, a nuove esperienze di incuriosirmi.

Avevo subito deciso che soltanto a casa mi sarei preso tutto il tempo necessario per ricordare e per diventare nostalgico. Facendolo prima temevo che avrei perso immagini e sensazioni importanti, che i ricordi avrebbero finito per accavallarsi, confondersi e annullarsi con il presente, l'unica dimensione che vale la pena vivere, mentre si cammina, o si vive. Non importava quanto felice io fossi stato in un posto, quante cose nuove vi avessi visto o imparato, ma solo che di lì a poco mi sarei mosso. Non potevo voltarmi indietro, ma solo guardare avanti verso nuove terre, alte montagne, deserti aridi e fiumi impetuosi.

Non avevo mai avuto dubbi che mi stessi muovendo come dentro ad un sogno e, dimenticando che quella vita non era la mia vera vita, ero andato avanti assorbendo ogni cosa. Mi sentivo molto a mio agio mentre correvo per raggiungere le mie visioni. E il viaggio non è ancora finito.

Mancano ancora un paio di giorni, più tutti quelli che avrebbe richiesto la fase di incontinenza verbale, di condivisione caotica dei fatti con amici e familiari. Non solo. Senza ancora saperlo, intuisco che si riesce a esprimere bene qualsiasi cosa solo quando la si può ricordare da lontano, che facendolo prima si è distratti da troppe cose. I ricordi, si sa, approfittano del fatto che il tempo esalta il meglio e mitiga il peggio.

Passa un attimo e mi rendo conto che stavolta non resisterò. Non aspetterò di essere a casa per leggere tutto quel che ho scritto nel corso del viaggio, ma continuo ad oppormi al desiderio, lascio che aumenti lentamente fino a diventare intollerabile. Mi sento quasi come se stessi intenzionalmente posticipando l'orgasmo fino a livelli impossibili, poi mi lascio finalmente andare, cedo alla curiosità cui avevo tante volte resistito durante il viaggio. Per la prima volta leggo in ordine sparso ciò che ho scritto.

Lo faccio tutto d'un fiato.

Le emozioni, le lezioni, gli errori, le paure e le certezze del viaggio, non sempre legate a luoghi o a persone, mi travolgono di nuovo: rivivo lo sgomento del Borooka Lookout e le passeggiate solitarie sulle splendide mezzelune bianche di Great Keppel Island; ritorno alle magie di Fraser Island; ripenso agli splendidi voli pindarici della prima metà del viaggio e alle fresche nostalgie della seconda.

Mi sembra che non manchi nulla. È il momento di fare un piccolo bilancio, di esprimere con poche parole tutte le emozioni e le lezioni di tre mesi. Me lo devo, anche se farlo così, su due piedi, mi sembra un'impresa quasi disperata.

Il primo pensiero è che non mi riconosco. Nero su bianco c'è una persona diversa da quella che credevo di essere. La sorpresa è del tutto genuina: non volendomi confrontare quotidianamente coi ricordi e passando direttamente al prodotto finale, mi sono negato ogni tappa intermedia. Quella che ho letto è indubbiamente tutta la mia attuale e vera intimità, la mia anima ribelle e romantica, curiosa e bisognosa, presuntuosa e generosa, diversa e divisa…

Il secondo pensiero è che parallelamente alle distanze tra Oceani, deserti, Genti, colori e odori, non è stata minore la strada che ho percorso dentro di me. Ho scoperto lati e angoli che ancora non conoscevo, o che sto incominciando appena a comprendere. Altri cambiamenti pretenderanno tempo e cure per affiorare definitivamente.

Il terzo e ultimo pensiero è di stupore. I foglietti gualciti contengono una prima risposta all’idea che, per certi versi, mi era sembrata una vera follia quando l’avevo realizzata per la prima volta: scrivere le suggestioni, le lezioni e le esperienze del mio viaggio. Mi chiedo se sarò in grado di trasmetterle ad altri, ma soprattutto se riuscirò a coinvolgerli. Mi sembra impossibile. Per un istante desidero sparire, allontanarmi da questa specie di pazzia, tornare per occuparmi di un lavoro normale, forse banale, ma sicuramente alla mia portata.

Il panico dura solo un momento.

Nella notte profonda e fresca di Bali, la trasparente innocenza del mio entusiasmo si fonde nel rilassante lucore diffuso dalla candela, lievita sul grande terrazzo candido come una nube leggera, si ciba della magia della notte che nulla rende impossibile e niente mi sembra più normale e semplice del fare quel che più desidero…

Mio malgrado, sorrido e scrollo la testa. Corro troppo. È troppo presto per sapere se scriverò e se sarò in grado di farlo bene. Di una cosa, però, posso essere sicuro: i miei viaggi non saranno più lunghe fughe dalla realtà, ma solo esperienze soddisfacenti, gratificanti e, chissà, forse un giorno troverò da qualche parte una nuova casa.

“Stavolta tornerò” ho pensato. “Tornerò per davvero.”




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