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I primi brani di “Cubalibro”, monografia di viaggio a Cuba, di Claudio Montalti

Un sogno lungo due anni

La storia del mio viaggio non inizia il giorno della partenza ma molto prima. Non ricordo il momento in cui decisi di fare questo viaggio e nemmeno ricordo da chi era partita l’idea. Sicuramente non da me. E’ un dettaglio che si è ormai perso tra le pieghe della mia memoria.

Ricordo che se ne parlava moltissimo in spiaggia l’estate scorsa. Io, Mirko e Piero ci allenavamo a pensare in grande sotto il sole bruciante di agosto. Immaginavamo evasioni possibili e improbabili usando come esempio i Caraibi del film Cocktail, dove quel matto di Tom Cruise improvvisava le poesie che recitava ogni volta che inventava un drink.

“Come sarà bello quando noi saremo al caldo e qui moriranno di freddo.”

“Noi si che sappiamo dove andare: sole, rhum e donne. Questa è vita.”

Erano frasi che ripetevamo con convinzione sempre maggiore. Un giorno dietro l’altro, i nostri sogni erano lievitati tra gli spruzzi di salsedine e le onde di calore e, gonfiandosi, erano saliti verso le nuvole plasmandosi attorno alla nostra immaginazione. L’aspettativa di un viaggio che non si sarebbe mai fatto, non insieme e non come tutta la nostra bella immaginazione ci aveva portato a sognare, mi aveva gonfiato la testa ed il cuore.

Dopo mesi in cui mi ero visto davvero a fare il barman in un bar di canne di bambù su una fantastica spiaggia bianca, dopo che fantastiche visioni avevano accompagnato ogni mio sogno ad occhi aperti mentre spacchettavo cartoni su cartoni di maglie nel negozio dove avevo lavorato ogni giorno nei due anni che hanno preceduto il mio viaggio, fu davvero una beffa quando, dopo avere smesso di lavorare per avere il campo libero a tutti gli imprevisti che un simile viaggio avrebbe potuto comportare, mi ritrovai improvvisamente ed inaspettatamente solo.

Da italiano ho sempre fatto molta fatica a identificarmi con la gente che mi circonda. Io che sono sempre sorridente, solare e ottimista mi sentivo straniero nel paese in cui ero nato e in cui vivevo e lavoravo. Avvertivo un terribile senso di solitudine.

La solita routine famiglia-amici-lavoro in cui mi ero sempre trovato come tra due guanciali di volti e luoghi conosciuti, era diventata una soffice gabbia nella quale mi sentivo soffocare ogni giorno di più. Sognavo quel cambiamento, mi vedevo nei panni di uno che abbandona tutto e parte alla ricerca del luogo lontano dove realizzare i propri sogni. Cercavo un luogo dove la terra, le persone e il momento in cui esse vivevano fossero ancora collegate tra loro. Dove la vita, per me, avrebbe di nuovo avuto un senso.

Era l’idea di un eroe romantico, ma a chi non piacerebbe lavorare e trascorrere l’inverno in un paese caldo?

Inconsciamente mi eccitava da matti l’idea di uscire dai confini noti della mia vita per cercare il confronto con gente, idee, usi e costumi differenti. Per capire e capirmi. E per non annoiarmi. Mai!

Il sogno di lavorare fuori dal mio paese nasceva anche dalla necessità di condurre una vita più tranquilla e a misura di ragazzo. Cercavo una vita piena di sano divertimento ma senza l’assillo del denaro, senza investire dei soldi per non subire le conseguenti pressioni di ogni genere.

Non essendo mai stato un amante dell’impiego fisso, della solita routine quotidiana, avevo adorato fin dalla prima volta che se ne era parlato quella possibilità che il viaggio mi avrebbe offerto per iniziare una nuova vita. Sentivo l’entusiasmo, la forza, la gioventù e la curiosità spingermi a fare della mia vita una cosa meravigliosa. Sarebbe quantomeno stato uno spreco, un terribile spreco non provarci nemmeno.

Potevo forse permettermi di aspettare un’occasione migliore?

Avevo deciso di partire. Da solo. Ma avevo dovuto convivere un lunghissimo e interminabile inverno con tutte le emozioni, le ansie e i problemi che si affollavano nella mia mente quando pensavo a come sarebbe stato indossare gli inabituali vestiti del viaggiatore solitario. Sarebbe stato più facile partire con gli amici, ma i compagni di viaggio li avevo ormai persi per strada. Era magra, molto magra, l’idea che “E’ meglio essere soli che male accompagnati”.

Era una consolazione che non mi consolava affatto.

Furono giorni difficili. Molte volte mi trovai ad un passo dal non fare nulla dei miei sogni anche se, esteriormente, mostravo sempre una sicurezza che non provavo. Arrivai a sentirmi diviso nel cuore e nell’anima, mi trasformai nella negazione di me stesso. Come individuo non esistevo né in cielo, né in terra.

Stavo male quando pensavo che sarei partito da solo, ma stavo anche peggio quando tentavo di convincermi che, in fondo, sarei potuto rimanere a casa e riprendere la solita, rassicurante vita di casa-lavoro-amici.

Temevo molto le conseguenze della mia decisione ma, intimamente, già sapevo che stavolta avrei seguito fino in fondo la parte più istintiva di me. Io amo particolarmente una frase:

“Essere coraggiosi non significa non provare paura, ma affrontare una situazione accettando e dominando i propri timori.” Io provai ogni giorno paure e timori, ma per stare bene, veramente bene, con me stesso, ho trovato il coraggio di confrontarmi con le mie emozioni, necessità e ambizioni. Non avrei più potuto continuare a vivere normalmente nascondendo la testa sotto un mucchio di sabbia alla maniera degli struzzi. Due cose hanno prevalso alla fine, oltre alla voglia di spazi sconfinati e di nuove esperienze: l’ostinazione quando mi trovo le cose contro e i ricordi, freschissimi, del mio ultimo viaggio in brutta compagnia.

“Meglio solo.” mi convinsi infine tra gli alti e bassi di un terribile mese di gennaio.

Sane dosi di timore mi avrebbero aiutato dove l’incoscienza avrebbe provocato guai, ma devo ringraziare soltanto la mia testardaggine se ho imparato che non si deve sempre ascoltare solo la voce della ragione.

Andare all’avventura è bellissimo. Si provano sensazioni stupende quando ci si misura con i propri limiti per vedere fino a che punto si riesce a cavarsela quando il gioco diventa difficile. Ma le sensazioni bellissime si sarebbero fatalmente trasformate in sensazioni strazianti se mi fosse capitato una qualsiasi cosa brutta. Cominciai a preparare il mio viaggio anteponendo il problema della mia sicurezza personale ad ogni altro.

Nei venti giorni prima della partenza avevo pensato a tutto quello che poteva succedermi di inaspettato e di pericoloso nei vari momenti delle mie giornate da turista libero. Ci pensai e ripensai, analizzando fin nei minimi particolari ogni situazione che poteva diventare potenzialmente pericolosa, fino a provarne nausea. Sarebbe stato perfettamente inutile pensarci dopo, quando il fattaccio fosse già successo.

Ogni amico si dimostrò meraviglioso nel consigliarmi di tutto anche se, purtroppo per me, nessuno di loro aveva mai fatto una esperienza del genere. Ricevetti decine di consigli nel corso di svariate uscite per salutare le mie compagnie, fu difficile non ridere quando un’amica consigliò di portarmi dietro la zanzariera per il letto e per le finestre. Le risate diventarono complici e fragorose quando il solito spiritoso disse di portarmi dietro uno scatolone di preservativi.

Altri consigli si rivelarono insufficienti. E’ giusto avere un manuale di conversazione quando non si conosce la lingua del luogo in cui si vuole viaggiare, ma è indispensabile un piccolo dizionario. Il consiglio di portarmi dietro la valigia a mano, quella con le rotelle tanto per intenderci, fu completamente sbagliato. Quando si ha l’intenzione di fare un viaggio libero come lo avevo programmato io, senza alcun appoggio e con la minore spesa possibile, è più confortevole lo zaino.

Sbagliai completamente in due cose: non misi in valigia una maglia di lana, né un disinfettante, entrambi difficilissimi da reperire a Cuba. più dei preservativi.

Abbondai in libri e nastri per il mio walkman, volli mantenermi sul sicuro pensando a quanto tempo avrei trascorso in solitudine. Non trovai mai abbastanza tempo per leggere, viceversa mi sarei ricordato dei libri ogni volta che rifeci la valigia e me la trascinai dietro con tutto il peso delle loro eleganti edizioni rilegate. (….)

Pubblicato 02/10/2007

2 commenti

  • Giancarlo Maraschini

    RECENSIONE di Giancarlo Maraschini – Viaggiatorionline

    “La Cuba di ogni giorno, ma anche tutto quello che succede ad un giovane uomo che impara a muovere i primi passi negli immensi spazi del mondo. Chica, gua-gua, en botella, sorrisi, sogni, calore umano, cubalibre sono parole che ricorrono spesso e diventano presto familiari, come le informazioni, in un reportage dal sapore di un racconto scritto per rilassare… “

  • Elide Giordani

    RECENSIONE di Elide GiordaniIl Resto del Carlino

    “… Cubalibro racchiude nel gioco di parole che gli fa da titolo molto del suo contenuto. Con uno stile semplice, ma tutt’altro che superficiale, Montalti racconta le emozioni e le avventure di un viaggio a Cuba, un viaggio per lasciarsi indietro la routine quotidiana fatta di poche certezze e molti sogni, ma anche una sorta di viaggio iniziatico alla ricerca di una diversa dimensione del vivere. Il libro è divertente e si appoggia su una vena narrativa spontanea e fresca.”

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