Viaggiare…

Whitsunday Islands: ballando con le balene

Uno dei tanti ostelli in cui pernottai sulla costa orientale dell’Australia fu causa della mia scelta. “Sail the Whitsundays” diceva a larghe lettere un manifesto attaccato al muro della spartana agenzia viaggi interna, con tanto di foto di un datato e candido ketch di legno che veleggiava al largo di una spiaggia tropicale. Mi è subito sembrata una buona idea, e così un’umida mattina di agosto sono salpato per 10 giorni di sole, mare e vela attorno alle Whitsunday Islands, Queensland. La temperatura era perfetta e il ketch di 28 piedi navigava pigro regalando una brezza gradevole.

Il capitano, Peter, ci ha insegnato subito a portare la barca. Era compreso nel prezzo, ma insomma… Dopo una naturale apprensione, io e i compagni abbiamo scoperto che era, in realtà, piuttosto semplice. Non dico che sarebbe stato capace anche un bambino, ma quasi.. Non avendo nulla da fare – ma era solo una impressione, perché in realtà lo skipper fa mille cose contemporaneamente anche se sembra non fare mai nulla – Peter si è messo a leggerci brani da un libro titolato “100 Magic Miles“, una vera bibbia per chi desidera navigare l’arcipelago più famoso d’Australia. La prima notte abbiamo ormeggiato in rada al Shute Harbour. Cena con vino rosso, una bistecca alta così e un sottofondo di musica e di stelle.

Emozionante è stata l’attesa per il Dangerous Passage. Non traduco… Il nome era piaciuto più o meno a tutti. La sicurezza con cui Peter manovrava da solo il ketch era comunque rilassante, e con calma ci dava le varie istruzioni su come cazzare o lascare, ovvero stringere o allentare le vele nel vento. Ho sospettato fortemente che noi gli abbiamo complicato le cose, che avrebbe fatto molto meglio da sé, comunque non ha detto nulla e io mi sono tenuto la cosa per me. Per non confonderci, ogni cima aveva un preciso colore che, onestamente, mi urtava per come alteravano il candore altrimenti immacolato di vele e fasciame. Devo però ammettere che il lato pratico ne ha guadagnato. Con una certa facilità si erano stabiliti gli automatismi mentre ci avvicinavamo al Passaggio che ci avrebbe portato direttamente all’interno delle isole, in un largo specchio di mare sempre calmo perchè, appunto, protetto da ogni lato, il famoso Whitsunday Passage.

Veleggiavamo in quel momento a meno di 10 nodi. Per quanto la velocità fosse bassa, ovvero poco più del passo di un uomo, vi assicuro che tra il rumore del vento che ululava nelle orecchie e quello delle onde che all’approssimarsi del promontorio si facevano più alte e ruggenti, avevo sempre più l’impressione di potere essere da un momento all’altro inghiottito dal mare. In un’ora abbondante di boline più o meno strette abbiamo infine avuto ragione del passaggio e la successiva calma di mare e di vento ci ha accolto come un dolce abbraccio. Per un paio d’ore, tutte al lasco, tutto quel che ho dovuto fare è stato dare un’aggiustatina alle vele di tanto in tanto. Ogni scusa era però buona per passare da un bordo all’altro del ketch per il solo gusto di udire più da vicino il fruscio, ora leggero, del vento sulle vele, pensando a quale invenzione sia stata la vela, migliaia d’anni fa.

La seconda notte avevamo deciso di passarla in rada a Nara Inlet, ma non avevamo ancora gettato l’ancora che Peter ha fatto dietro front. Chi più e chi meno, lo fissavamo come uno schizzato quando ci siamo accorti cosa gli aveva fatto cambiare idea. In distanza, due balene nuotavano pigramente senza quasi increspare la superficie del mare più liscia sul fare della sera. Dimenticavo: le balene giungono in questo riparato braccio di mare del Whitsunday Passage, direttamente dall’Antartide, per partorire e svezzare i piccoli. A 120 metri di distanza i due grandi mammiferi marini erano così tranquilli che, nonostante la lentezza del ketch, non è stato difficile arrivare loro più da presso.

La madre nuotava a pelo d’acqua, come un delfino, e sfiatava regolarmente grandi colonne di vapore e acqueo dal dorso, mentre il giovane giocava e si immergeva al suo fianco in maniera molto bizzarra e disordinata. Siamo giunti a distanza di documentario televisivo, a 25-30 metri. Si notava benissimo che la madre era lunga più della barca. Il silenzio era palpabile, l’emozione forte, l’atmosfera magica. Per una mezz’ora abbiamo veleggiato accanto a loro come fosse la cosa più naturale del mondo. Ma il sole cominciava a tramontare e abbiamo dovuto abbandonarle perché tra le isole non esistono che pochi fanali di navigazione. Era una delle prime regole scritte sulla “bibbia” precedentemente citata: è tassativo raggiungere l’ancoraggio prima delle 18.

Siamo arrivati alle 20 abbondanti, ma ne era valsa la pena. Profondo due miglia e largo la metà, il Nara Inlet ricordava assai un fiordo scandinavo con i suoi promontori molto alti. La “bibbia” dice che è uno degli ancoraggi sicuri in ogni condizione di mare e di vento e Peter decide di insegnarci la tecnica dell’ancoraggio. Ci vogliono più dei due tentativi da egli ottimisticamente pronosticati per insegnarcelo e, dopo avere più volte usato trenta metri di catena in tre metri d’acqua possiamo definirci soddisfatti. Un barbecue di pesce fresco (preso dal congelatore!!!) conclude la lunga giornata piena di sorprese. A mezzanotte eravamo ancora tutti insieme, a ripeterci le stesse cose. Ci divertiva e appagava continuare a condividere le sensazioni, ci sembrava di rivivere continuamente l’incontro con le balene.

All’alba ci aspettava una sorpresa. Peter aveva deciso di fare il lavativo e il muto. Alla domanda “Quando si parte?” ci ha fatto chiaramente intendere a gesta che la chiave era nel cruscotto e che carta nautica era accanto, di darci da fare insomma. Ci siamo guardati negli occhi mentre spariva sottocoperta. Sono stato il primo a reagire e prendere l’iniziativa. Sono andato per gradi: accensione del motore e un paio di prove per capire come funzionava la manetta del gas, poi ho portato il ketch verso l’ancora per tirarla a bordo. Ho puntato deciso verso il mar aperto e poi stretto verso il vento in modo da andargli esattamente incontro. Mi sono sentito un po’ capitano mentre ordinavo di tirare le drizze della vela di mezzo e di poppa, mentre l’odore di pancetta e uova saliva intenso dal boccaporto. Quando le vele hanno cominciato a fileggiare, a sbattere come bandiere, ho ordinato di stringere le scotte nei winch. La barca si è inclinata sotto la spinta leggera del vento. Presa un po’ di andatura regolare, ho spento il motore e percorso un lungo lato di bolina larga mentre Peter finiva di preparare la colazione. Passandocela attraverso il boccaporto aperto mi ha strizzato l’occhio e ha detto: “Great job!”. Ho facilmente immaginato che lo dicesse con tutti, vista la tranquillità con cui se ne era rimasto sottocoperta mente noi potevamo, che so, puntare la prua contro le rocce o anche peggio.

La rotta, decisa insieme, ci ha portato a circumnavigare di Hayman Island, il passaggio a ovest di Haslewood Island e a sud di Shaw Island, e poi tornare al resort di Long Island, in tutto circa 129 miglia marine (200 km) in 6 giorni. Lungo la strada, pardon la rotta, abbiamo visto diverse cose interessanti, ma quello che ora mi sembra valga la pena ricordare, e che ancora mi emoziona, è l’assoluta libertà nel procedere a vela, i brevi momenti di pace quando entravamo in rada e ci preparavamo per la notte, i tratti turbolenti di mare ogni qualvolta dal Passaggio si finiva sull’esterno delle isole, in aperto Oceano, i bicchieri di buon vino rosso che facevano da megafono alle stellate che solo in una notte abbiamo condiviso con un’altra barca. Ah, le stelle… e il senso di assoluta e meravigliosa solitudine, di inadeguatezza nei confronti dell’infinito cielo e dell’infinito mare nel quale le stelle si specchiavano, suggerendo la sensazione di essere in realtà su un’astronave alla deriva del cosmo. Ovviamente non dimenticherò mai l’incontro con le balene, il rumore dei loro sfiati a pochi metri dal ricovero notturno.

Dice un passaggio di “100 Magic Mile book” di David Colflet: “Quando ancori, stai attento a non danneggiare in alcuna maniera i coralli… e vedrai che ascolterai le balene.”

Parola mia, è stato proprio così.

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