Viaggiare…

I did not climb Mt. Everest but I touched it with my heart

Forse qualcuno ricorderà, per averlo letto in un altro mio racconto sulla Malesia, un titolo – e un’affermazione – che era stato una specie di smargiassata. Ero stato il primo a pensarlo, giuro!, e pensate quale ironia, quale insieme di coincidenze, quale perverso svolgersi dei fatti mi ha infine portato sin qui. La motivazione fondamentale, però, è stato il prezzo del viaggio, davvero accessibile. L’ho prenotato di getto, in preda ad un raptus e d’improvviso la smargiassata espressa in totale carenza di ossigeno è diventato qualcosa di reale, di estremamente reale. E affascinante lasciatemelo dire. Così l’Everest è divenuto la mia meta… No, non la mia meta. Se ci sono viaggi che cominciano, e si godono, già prima della partenza è stato proprio questo.

Per mesi, ogni domenica è stata dedicata a lunghe camminate sugli Appennini vicino a casa mia, ore e ore con lo zaino pesante in spalla a faticare e a imprecare vista la mia avversione per questo genere di cose. Ma il fascino dell’impresa, della resistenza del proprio corpo, un certo intimismo e le lezioni tratte dalla “semplice” ascensione monte Kinabalu erano state state troppo forti, e mi hanno aiutato a perseverare nella preparazione, a fare tutto quello che era nelle mie possibilità fare. Ma non si è trattato solo di questo. Tanto per cominciare, ho fatto qualcosa di diverso delle solite domeniche passate a letto fino a tardi, ho goduto nello scoprire vicino a casa angoli che non conoscevo. Al di là dei giorni che vivrò in altitudine, scoprirò che si può viaggiare tutto l’anno, e scusate se è la scoperta dell’acqua calda. E’ proprio vero: spesso occorre fare un passo indietro e prendere la rincorsa per partire più veloci di prima. L’Everest come un mezzo, quindi…

E così eccomi qui, a Lukla. Nove ore di volo fino a Katmandu e poi un viaggio disagevole in autobus, per fortuna molto più breve, per essere sparati in una dimensione diversa, davanti ad un grappolo di case abbarbicate ad un pendio roccioso che segna l’ingresso “ufficiale” alla vallata del Khumbu. E’ il punto di partenza verso il campo base numero uno dell’Everest, e quindi l’inizio del trekking più alto del mondo. Fino a due giorni fa, nemmeno lo sapevo, come non sapevo che esistesse un tale villaggio e una tale vallata. E’ il momento tanto atteso, per il quale mi sono tanto preparato, eppure l’approccio al trekking è molto deludente.

Sopporterò il sentiero affollato dal primo all’ultimo giorno di trekker occidentali, così affollato che non sono pochi i punti in cui si fatica a incrociarsi con chi arriva dalla parte opposta, ma è per me rimane inconcepibile vedere i ricconi – o i relativamente finti ricconi – di turno, ognuno col suo bravo portatore sherpa che, mulo umano per la miseria di sei-sette deuro al giorno (pasti e alloggi esclusi) ne trasporterà per tutto il tempo i circa 40 chili del bagaglio in una gigantesca gerla appesa alla fronte con una cinghia di cuoio. È un prezzo che i locali pagano assai volentieri, questo lo devo ammettere. In questa vallata la vita sembra migliore rispetto – ad esempio – a tutti i loro conterranei delle altre vallate che ho potuto vedere lungo il tragitto da Katmandu. Relativamente al resto Nepal, che rimane complessivamente uno stato povero, il Khumbu è una sorta di paese del Bengodi. Il maggiore benessere lo si nota dalle case – generalmente linde, ben messe e ordinate – dalla gente ben vestita, dai campi geometrici e cintati e da una miriade di negozi, chioschi e negozietti che vendono un di tutto, dal rullino per la macchina fotografica, al prodotto artigianale, alla penna. Si concentrano sul sentiero trekking lungo il quale tutti i tour operator specializzati in Himalaya (e Everest in particolare) conducono ogni anno i 15 mila novelli Hillary e Tenzig in una escursione che, per la difficoltà del percorso e le problematiche dell’aria sottile, dura due settimane.

In ogni caso, a me ‘sta cosa dei portatori non piace proprio. Da tempo avevo deciso di contare sulle mie sole forze, ma sinceramente non avrei mai pensato di essere un’eccezione. Pensavo che avrei trovato molti escursionisti alpini, gente abituata a camminare e a faticare tra i monti e tutto quel che ne consegue. Oddio, la mia deve essere stata sfortuna nera. Il mio bagaglio è ridotto al minimo indispensabile: i vestiti da montagna li porto tutti addosso, a “cipolla”, pronto a toglierli se fa’ troppo caldo come a rimetterli in caso contrario, mentre nello zaino porto due cambi di biancheria, il vestito del viaggio, una leggerissima tenda igloo, sacco a pelo, l’inseparabile walkman e poco altro. Tra l’altro, ho ridotto al minimo il necessario alla pulizia personale. Sono quindi di gran lunga il poveraccio – o considerato tale – del piccolo gruppo di dodici tedeschi-inglesi-americani-giapponesi, e si vede!, ma non me ne può fregare di meno. Gli undici portatori sherpa che sono con noi diventeranno tutti miei amici e a loro prodigherò per intero tutte le mie ricchezze, che sono poche, se non nulle.

Potete bene immaginare che alla fine avrei speso di meno ne avessi assunto un paio di sherpa, uno per me e uno per il bagaglio, ma quel che mi hanno dato in cambio, oltre al giusto apprezzamento del gesto atletico, è stata una complicità e una comprensione delle cose che mi porterò dentro ogni giorno della vita. Ho condiviso con gli sherpa il mio cibo e gli alloggi spartani, molte risa e infiniti discorsi, emozioni e sensazioni, poche parole d’inglese e tantissime gesta, sorrisi e contatti.

Non mi sorprenderò più di tanto quando, poco prima di lasciarci, restituirò con gli interessi tutte le occhiate cariche di compassione ricevute dai miei temporanei compagni di viaggio – coi quali legherò poco o nulla. Succederà quando i portatori faranno una colletta e poi, molto cerimoniosamente e chiassosamente, mi faranno un regalo molto piacevole quanto poco pratico, che ancora oggi si trova sulla mia scrivania: un pietra dell’Everest (con garanzia!!!) con su scolpite a mano l’altitudine in piedi e i nomi dei primi occidentali che lo violarono.

Ma torniamo dall’inizio. Affrontiamo con il piglio degli esploratori il primo ponte di corde sospeso sul vuoto di centinaia di metri in fondo ai quali scorrono le acque di fusione dei ghiacciai. Stiamo lì a indicarcelo come tanti deficienti, e come tanti deficienti lo facciamo anche oscillare ignari degli sherpa per i quali quella che noi consideriamo una eccezionalità non è che la pura, nuda e semplice quotidianità di un mondo dove ancora oggi si viaggia esattamente come duemila e più anni fa. Qui tutto – uomini, merci, cibi, materiali – procede a piedi o a dorso di yak e il tempo a un luogo all’altro non si misura in ore ma in giorni di cammino. Provo vergogna per il mio comportamento infantile e, da quel ponte in poi, decido di essere più intimo e simbiotico con la vita e la natura del luogo. Ma questo non mi impedirà di vergognarmi spesso, per i miei compagni di viaggio, almeno finché la fatica e l’altitudine non avrà infine ragione della loro superficialità. Devo essere stato particolarmente sfortunato: mi rifiuto di credere – gli sherpa me lo confermeranno – che la maggioranza degli escursionisti dell’Himalaya sia così.

Il terzo giorno siamo a Tengboche, un monastero a 3900 metri, 1100 più su di Lukla, pietre grige erette su uno spettacolare punto panoramico, sotto la torre ghiacciata dell’Ama Dablam. L’Everest, visibile in fondo alla valle, si staglia nitido e ingannevolmente vicino a causa dell’aria pulita che amplifica “l’effetto lente”. Più vicino è il Nuptse. Pare un canino azzurrino che addenta il cielo, e molto teatralmente si insanguina quando il sole scende sotto la linea dei monti. L’allenamento paga e, per ora, il temuto Ams (Acute Mountain Sickness), una forma di embolia gassosa che nei casi più lievi provoca mal di testa, nausea e insonnia, ma che se presa sottogamba può trasformarsi rapidamente in un edema polmonare e cerebrale che provoca una decina di vittime ogni anno, non è che uno spauracchio.

Ieri abbiamo fatto il giorno di acclimatamento (per sicurezza uno ogni 1000 metri di dislivello, in salita) e sia io che i membri del gruppo ci siamo svegliati tutti in perfetta sintonia con l’altitudine. L’Ams rimane comunque un bau-bau: da un momento all’altro può costringerci a fermarci e scendere immediatamente di quota. Secondo la nostra guida, possiamo ritenerci soddisfatti. In poche altre occasioni ha visto il suo gruppo assuefarsi all’altitudine con tanta naturalezza. In quel momento mi chiedo se ci sta prendendo per i fondelli, se la sua e quella dell’Ams in genere è tutta scena, un pathos a esclusivo uso e consumo del turista per rendere più eccitante l’escursione. Ho passato momenti ben peggiori in Bolivia e Perù, dove a quote poco oltre i 4000 metri anche fare una piccola rampa sembrava uccidermi e dovevo fermarmi per non collassare. Comunque è preferibile ironizzare e scherzare, ed esorcizzare il problema dll’Ams con lunghi allenamenti e le dovute precauzioni, piuttosto che doverne subire le gravi conseguenze solo per doversi ricredere.

Il quarto giorno superiamo i 4000 metri e la linea della vegetazione. Lo scenario cambia drasticamente e così l’umore dei compagni. Siamo ancora tutti insieme, ma lo sforzo altera i loro lineamenti – e i miei, of course – mentre i portatori sherpa continuano a salire da par loro, con lo stesso passo allegro – allegro? – e scattante del primo giorno, come tante caprette. Nonostante il carico supplementare, si muovono leggeri e senza muovere minimamente il pietrisco mentre, tra scivolate e derapate, più di uno di noi tende a raddoppiare la distanza percorsa con due passi avanti e uno indietro sulla instabile morena del ghiacciaio del Khumbu.

Il paesaggio scarno è di tanto in tanto ravvivato da muschi di ogni colore, ma sono soprattutto le cime davanti a noi, che oscillano tra i 7 e gli 8 mila metri, a reclamare la nostra attenzione. Non troppa perché lo sforzo di salire e di non perdere contatto con chi ci precede è già tanto. L’Everest è, in quel punto, invisibile dietro la mole torreggiante di canne d’organo ghiacciate del Nuptse, che cambiano d’aspetto ogni giorno. I ghiacci avanzano, o meglio scendono verso valle, al ritmo di un metro al giorno, causando continue rotture e valanghe di migliaia di metri cubi di ghiaccio. Ad essi è dovuto il continuo brontolare in seguito al quale alzo sempre occhi preoccupati al cielo, che più terso non potrebbe essere, finché un amico sherpa non riesce a spiegarmene l’origine indicandomi un pennacchio – poco più che uno sbuffo di fumo per la verità – alzarsi laddove un enorme pezzo di ghiaccio si è appena staccato dalla montagna e il vento ascensionale ne disperde verso l’alto gli infiniti frammenti. Il tempo di un respiro e il brontolare breve e cupo, che avevo imparato a riconoscere come di un vicino temporale secco, mi raggiunge.

All’8000 Inn, un lodge annesso alla Piramide, un laboratorio scientifico voluto da una equipe italiana per lo studio del clima e dei ghiacciai, trascorriamo la nona notte. Siamo ai 5000 metri e in questo luogo tra lo scientifico e l’avveniristico, con la vista perenne del Nuptse, ora una piramide quasi perfetta, spendiamo l’ultimo giorno di acclimatamento prima di muoverci. Da oggi in poi ognuno di noi sale a proprio rischio e pericolo perché oltre i 5000 metri gli elicotteri non riescono più a volare.

Un po’ di riposo era necessario e la fortuna continua ad assisterci perché nessuno di noi ha problemi con l’Ams, ma basta fare i primi passi e ci coglie l’impressione, netta, di camminare in mezzo metro di fango. La carenza di ossigeno ci stringe i polpacci e le cosce in morse d’acciaio, e il fiato diventa subito corto. Andrà avanti così per tutto il giorno, in un masochistico gioco di fine equilibrio tra l’apnea prolungata interrotta da brevi affioramenti sempre più ravvicinati, la sensazione di galleggiare in un vuoto esilarante e quella del collasso puro e nudo.

Controllare ogni componente del corpo richiede ogni stilla di attenzione e di energia, e nonostante le numerosissime soste rimarrà costante la percezione di labilità, della totale inadeguatezza. Superiamo le ultime abitazioni sotto il ghiacciaio del Khumbu e poi, dai 5200 metri in su, è la stessa mole immensa e antica dell’Everest a sostenere i nostri passi distraendoci dalla fatica e dal fiatone.

Da Kala Pattar la vista è grandiosa. I picchi aguzzi e neri della prima vetta del pianeta si elevano in verticale tra contorti grovigli di ghiaccio. Lassù si sono consumate le speranze e le vite di decine e decine di alpinisti, ma ancora oggi – nonostante l’opera di convincimento delle locali aziende di soggiorno a dirottare i “cannibali” della montagna verso uno delle tante più accessibili vette dell’Himalaya solo di poche decine di metri più basse dell’Everest – non sono pochi coloro che continuano a scegliere il mito e la massima difficoltà, e qualcuno continua pure ad immolarvisi involontariamente alimentando così il mito di montagna difficile, inaccessibile ai profani e qualche volta anche agli esperti.

Il nostro itinerario ci porta fino ai 5380 metri del campo base, ai piedi dell’Ice Fall. Come dice la parola, si tratta di una cascata, ma non è semplice ghiaccio: blocchi di neve azzurrina dura come granito spesso delle dimensioni di grattacieli spezzati che, a causa dell’avanzamento del ghiacciaio, continuano a rompersi, a rotolare e a cadere nel vuoto sottostante senza soluzione di continuità. A causa della lontananza, a fatica si scorgono le scalette di ferro e le cime colorate dei nylon posati dall’uomo con lo scopo di agevolare il superamento del primo vero ostacolo che l’Everest pone sulla strada di chi vuole conquistarne la cima. A me pare una vignetta di Mordillo. Nel momento in cui cerco di mettere a fuoco un particolare di quell’intervento umano, un blocco poco sopra crolla portandosi dietro un bel po’ di cordini. Rabbrividisco mentre le centinaia di persone momentaneamente residenti al campo continuano a muoversi nella variopinta cittadina di tende colorate, incuranti del tremore che, forse suggestionato, mi mette quasi col sedere a terra.

Il fragore, il rombo sordo che negli ultimi giorni ho imparato a conoscere bene, mi raggiunge subito dopo. Sarò sciocco, ma col pericolo tanto vicino mi sento più vivo del solito. Rimaniamo poco, giusto il tempo di qualche foto e un the all’aperto e poi si torna, io con i parecchi rimpianti dettati da un desiderio impossibile. E’ un desiderio struggente, lacerante. Capisco che non potrei mai tornare a casa senza prima avere guardato in faccia il monte più alto del mondo, una cosa che per fortuna oggi è facile da realizzarsi grazie ai piccoli aerei della Buddha Air.

Così, utilizzo per la prima e ultima volta la carta di credito e impiego la mattina prima del ritorno da Katmandu per volare tra le nuvole, fortunatamente assenti. Il volo durerà poco più di un’ora col costo di poco meno di 100 US$. L’aereo è silenzioso. Solo un lieve ronzio accompagna le mie emozioni mentre schiaccio il naso contro il mio finestrino. Pur breve, il volo sembra interminabile. Sorvoliamo tutta la vallata del Khumbu che abbiamo appena disceso a piedi e con una certa facilità ne riconosco alcuni punti a partire dalla Piramide. Di lì, giungere di fronte al mito è un attimo. II pilota lo circumnaviga più volte per dare il tempo a tutti passeggeri di recarsi nella sua spaziosa cabina a prendere le loro fotografie. La commercializzazione assai spinta del tour non toglie nulla alla sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di unico, irripetibile, come è giusto e naturale che sia. A meno di cinque miglia dalla vetta, rimango a bocca aperta, incapace di sollevare la macchina fotografica. Il pilota deve alzare la voce al fine di scuotermi e farmi uscire.

“Non ho scalato l’ Everest, ma l’ho toccato col mio cuore” ripeterò a tutti coloro che mi chiederanno di quella esperienza.

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