Viaggiare…

Viaggiare… SI’ viaggiare!

Tempo fa mi fu chiesto da una rivista di scrivere qualcosa non sui viaggi, ma sul perché si viaggia. Questo è l’articolo…

Compito improbo… mi è sempre stato facile scegliere una destinazione, poi organizzarmi al fine di unire la massima resa e soddisfazione (se possibile anche qualche comodità) alla minima spesa, ma è davvero complicato dare una forma scritta ai meccanismi di pensiero che mi hanno portato e ancora mi portano in luoghi lontani, a volte alieni altri meno al tam tam dei viaggiatori.

Dopo diversi viaggi a volare da un punto all’altro del Mondo (guadagnavo bene col mio lavoro e ancora credevo che il successo di un viaggio dipendesse dalla quantità di luoghi famosi visitati in pochi giorni), di cui sinceramente ricordo ben poco, per uno di quegli strani casi che ti cambiano la vita mi sono trovato a fare un lungo trasferimento via terra.

Quel giorno, gli aerei non partivano e io non avevo nessuna intenzione di starmene tutto il giorno con le mani in mano a Cuzco, in Perù. Beh, lasciatemelo dire: dopo una prima parte complicata, quel viaggio in treno mi donò il senso diretto delle distanze, e soprattutto il primo confronto con le diversità – bellissime – del mondo.

Da quel giorno ho abolito i trasferimenti aerei, esclusi quelli intercontinentali. Ho anche ridotto il numero di luoghi da visitare nel corso di uno stesso viaggio, drasticamente. Ho invece scoperto uomini e donne che si spostano pigiati in anguste corriere, a piedi, in carretto e (una volta) a dorso di mulo.

Ho apprezzato colori, cadenze e odori,non sempre lievi, ma un’accoglienza e una compagnia spesso impagabile di intere famiglie per le quali il mio viaggio “avventuroso” non costituiva nessuna novità, ma il normale quotidiano. Giusto ricordarcelo e ricordarlo.

Contemporaneamente, ho incominciato a leggere vecchie e nuove parole lasciate da viaggiatori e viaggiatrici perché un buon racconto di viaggio non narra solo luoghi o persone, ma soprattutto esperienze soggettive in cui ogni altro viaggiatore può facilmente riconoscersi.

Un buon metodo per apprendere gli effetti di un viaggio su di noi è quello di leggere lo stesso libro di viaggio prima e dopo. Serve per apprendere ciò che è sfuggito, o magari per dare più spessore a quel che invece è sfuggito all’autore. C’è un che di magico, seducente ed esotico in tutto ciò che è sfuggito ad altri, e si sente ancora di più il possesso esclusivo, elitario di un luogo, di un evento.

Personalmente, credo che ci sia un che di irrinunciabile e di estremamente attraente nel costruirsi una propria maniera di visitare un paese, un luogo. Muoversi finché occhi, orecchie, tatto, gusto e cuore non trovano quell’unico punto di equilibrio insito in una scoperta.

Basta trovare un solo momento così per dare senso a tre settimane di viaggio.

Credetemi sulla parola: un momento così non lo troverete MAI nei tour all inclusive di 15 giorni, segregati tra le mura e gli splendidi ambienti di un resort esclusivo, o affannandovi in mezzo a tanti altri dietro una guida, informatissima fin che volete ma inutilmente e pretenziosamente nozionistica, a scattare foto e a esprimere pareri standard di meraviglia o di rigetto, di critica o di approvazione per cose che nulla hanno a che fare col viaggio, come la comodità di un letto o la puntualità di un servizio, la bontà di un piatto di spaghetti (?!?).

Allontanatevi dal gregge (scusate la parola)!

Provate il semplice piacere di una domanda (anche se non conoscete la lingua) solo per scoprire il significato universale delle gesta!

Io ho imparato che gli sguardi calmi di un contadino africano o di un gaucho della Patagonia – occhi che sono laghi profondi che sembrano conoscere tutto di te senza bisogno di parole perché, loro sì, badano all’essenziale della vita e del mondo, invece di inseguire mille impegni, mille attese e mille inutili oggetti – sono perfettamente identici.

Ho imparato così che nulla dà soddisfazione ed è importante quanto un sorriso sincero, una sigaretta o un bicchiere di vino, acquavite o tè caldo condivisi con chi altro non chiede se non di fare proprio questo: condividere, fare “comunione” davanti a un fuoco di legna, ad un mare placido, ad un tramonto, ad un paesaggio argentato dalla luna, o mentre si aspetta.

Non serve a nulla inseguire la storia di un luogo, le sue meraviglie paesaggistiche tali e quali ci vengono proposte.

Non serve assistere come spettatori passivi ad un prodotto preconfezionato.

Viaggiare non è un film o un programma televisivo…

Serve piuttosto muoversi nella realtà alla stessa maniera, con la stessa elasticità mentale e curiosità di un bambino che gattona per casa, toccando, annusando, assaggiando assecondando la spinta e le voglie del momento, imparando le cose col piacere o col dolore.

Solo così il viaggio, l’idea del viaggio, può sorriderci oggi come cento anni fa sorrideva a personaggi divenuti leggenda…

Certo sono cambiati modi, mezzi e prospettive, ma per chi ha ancora voglia di scoprire e di scoprirsi le possibilità non mancano, e le emozioni nemmeno.

C’è sempre un che di esotico nell’abbandonare per qualche giorno il proprio status e benessere di (relativamente) ricco occidentale e confrontarsi il più possibile alla pari col più essenziale, lento e scarno dei ritmi quotidiani.

E nel farlo si cambia, eccome se si cambia!

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