Viaggiare…

White Desert, Siwa, Dakhla: il Grande Mare di Sabbia (prima parte)

Emozioni, sensazioni e anche informazioni su una parte di Egitto che pochi viaggiatori conoscono, mentre  White Desert, Siwa, Dakhla e il Grande Mare di Sabbia non dovrebbero mancare in nessun itinerario

Erano anni che volevo visitare il Grande Mare di Sabbia, ovunque questo si trovasse. Il solo nome mi richiamava alla mente un luogo che, nella realtà, non può esistere. Come può essere, infatti, un intero “mare” fatto solo di sabbia? Di onde scolpite dal vento per centinaia di chilometri senza soluzione di continuità? Era una immagine che cercavo, che volevo vedere e persino toccare, perché solo così questo “mare” avrebbe avuto un posto nella mia realtà.

E non mi è parso vero, mentre programmavo a grandi linee il mio viaggio in Egitto, leggere sul lato inferiore sinistro della cartina quel Grand Sand’s Sea che era scolpito nella mia immaginazione. Nel Deserto Occidentale egiziano, il Grande Mare di Sabbia è lo stesso che, appena oltre il confine tirato col righello, prende il nome di Deserto Libico, un nome e un luogo famosissimo per gli appassionati del genere, da moltissimi anni aperto a molti Tour Operator specializzati e quindi facilmente accessibile a chiunque voglia sfamare la sua voglia di orizzonti disabitati poco meno che infiniti.

Nella parte egiziana, solo il verde di sei grandi oasi (Al-Kharga, Dakla, Farafra, Bahariyya, Siwa e Qattara) interrompono il rosso deserto. Cinque di queste, a partire da Luxor (o Asyut) possono essere le tappe di un itinerario che si sviluppa grosso modo su una diagonale SE-NO lunga 2000 Km che si conclude nel Mare Mediterraneo.

Le oasi sono in realtà forti depressioni nel deserto, e si trovano al livello del mare, o sotto di esso, fatto che permette l’affioramento di acque, dolci, salate o ricche dei sali che incontrano in profondità prima di emergere, a volte calde e in pressione. Ecco spiegata l’esistenza di estesi palmeti…

Avevo a portata di mano quegli spazi, quelle avventure, quegli scenari e quelle stellate da paura che ogni anno richiama in Libia migliaia e migliaia di appassionati, solo che era in Egitto, dove vanno pochissime persone. Perché? In Egitto ci sono già tante, troppe cose da fare e vedere, e il deserto non è mai tra queste, ma dopo esserci stato posso affermare con certezza che è un grosso errore viaggiare l’Egitto senza inoltrarsi a Ovest del Nilo

Mi veniva naturale, mentre vivevo il mio viaggio lungo il grande fiume, pigro come la sua corrente, ma sempre attentissimo a immagini, suoni e odori, gettare spesso lo sguardo verso ponente e il deserto che iniziava poche centinaia di metri più in là.

C’entrava molto anche il mistero che questo emanava: le sabbie che si stendevano a ovest erano chiamate dagli antichi egizi deshret, ovvero ‘terra rossa’, (per distinguerla da kemet, la ‘terra nera’ a causa del ricco strato di limo depositato ogni anno sulla regione a est del Nilo, più pianeggiante e quindi bene inondata) che identificavano con l’Aldilà, il regno di Seth, il dio del caos che aveva ucciso il fratello Osiride, perché era da quella parte che il sole tramontava e poi spariva.

Deshret divenne quindi il Regno dei Morti, meta finale di tutti gli umani… Se in origine fu la nuda sabbia ad accogliere democraticamente le spoglie mortali di tutti gli abitanti del Nilo, faraoni, nobiltà e popolani, coi decenni e secoli e con lo sviluppo della civiltà, la cosa è divenuta via via più complessa come testimoniano oggi templi e le sepolture giunte fino a noi, tutte – con poche eccezioni – ormai spoglie dei tesori che custodivano. Ancora dopo 3000 anni la Terra Rossa è sempre lì, quasi disabitata, mentre è sulla Terra Nera che si ammassano campi, quartieri, città…

Mi veniva più facile guardare a ponente che non a levante, pensando al giorno in cui vi avrei puntato con decisione, a quando un viaggio – e un orizzonte – completamente diverso avrebbe cominciato a scorrere al di là del finestrino degli autobus. Autobus, e non dei mezzi collettivi o altri trasporti. Gli autobus di linea egiziani, sempre presenti, puntuali e comodi, mi han sempre trasmesso sicurezza, e per lo più hanno lo stesso prezzo dei mezzi collettivi (certamente più frequenti) che però sono sempre sovraffollati ma soprattutto – pericolosamente – veloci!

Due mete avevo precise in mente quando ho cominciato a rotolare pigramente verso Ovest: Siwa e il White Desert. Della prima avevo sentito parlare bene un paio di volte. Del secondo ricordavo ancora alcune immagini che mi avevano affascinato anni addietro…

Mi faceva un certo senso percorrere velocemente chilometri di nero asfalto spesso perfetto in luoghi di cui non si sapeva l’esistenza fino a 50 anni fa, luoghi che solo lunghe carovane di cammelli percorrevano impiegando mesi. Altri tempi, eppure mi sono isolato nelle mie fantasticherie per assaporare un po’ quell’isolamento di una volta. Fin dal primo minuto sull’autobus ho conosciuto gli abitanti di quelle oasi. Non erano affatto come mi ero immaginato, ma cittadini del nostro tempo, gente che il lavoro porta verso il Nilo, quindi lontano da casa, cui ritornano solo per una breve vacanza. Al-Kharga è una cittadina sorprendente moderna, carina ed ordinata, tanto che sono stato tentato di fermarmi, complice il bus successivo in partenza a sera inoltrata. Le informazioni in mio possesso dicevano che solo proseguendo sarei riuscito ad organizzarmi qualche escursione in condivisione, e a calpestare un po’ di deshret. Così ho proseguito nella notte verso Dakhla, la tappa che avevo scelto.

Dakhla è una cittadina carina e ordinata, un gioiello fiorito attorno all’antica fortezza medievale (ormai in rovina) con belle strade e bei marciapiedi. Molto bello il tramonto dalla sommità della cittadella di Mut, centro principale dell’oasi, al centro degli spettacolari sfondi delle falesie che l’abbracciano, che – complice con alcuni ragazzini che giocavano – mi ha trasmesso le stesse immagini de “Il cacciatore di aquiloni”. Le scene quotidiane di Mut erano invece diverse: pochi uomini portavano la tradizionale galabja e ho visto, finalmente, qualche donna completamente senza velo. Particolare è stato osservare gli artigiani al lavoro direttamente sulla strada: tutti indistintamente chiacchierano, intrattengono e ridono con vicini e clienti, questo dalle 10 fino a mezzanotte. In tutto l’Egitto si vive sulla strada, riservando la casa al solo riposo notturno, una caratteristica che ho molto apprezzato. Se devo coniare una sola parola per Dakhla dico “Pace”! Nessuno ti importuna, ma tutti scambiano un saluto con te. Nessuno offre servizi o merci, ma non appena chiedi qualcosa si fanno in quattro per accontentarti…

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