Viaggiare…

Yucatan: Sol, playa y cenotes

Lo Yucatan è la parte finale, di fantastico mare, del mio lungo viaggio tra Guatemala e Messico: Sol, playa y cenotes!

Faccio il mio ingresso in Yucatan di mattino prestissimo, a Merida, dopo un lungo tratto notturno in autobus da Palenque. Col biglietto per Valladolid già in mano, mi dirigo nella vicina Tixokokob, a parere della mia guida LP il principale centro di produzione delle amache che ho potuto ammirare e utilizzare in lungo e in largo per il Messico. Ed è proprio così: ogni casa ha il suo telaio e le amache appena prodotte colorano portici, patii e giardini, conferendo al paese un’aria davvero originale.

Però Tixokokob è molto caratteristica e carina di suo, spaziosa, ordinata. D’un tratto mi sembra di tornare indietro nel tempo, al mio viaggio a Cuba, impressione accentuata quando, in ammirazione davanti alla cattedrale di architettura coloniale, mi trovo circondato da una scolaresca di terza o quarta elementare. L’assalto dei bambini è festoso e chiassoso. Tento di rispondere a tutte le loro domande, anche se le più sono improbabili.

Di ritorno a Merida, che non sembra affatto una città di un milione di abitanti, impressione forse dettata dalla scarsità di auto in circolazione. Mi rimane il tempo per una visita alla cattedrale costruita dai colonizzatori spagnoli, la più antica chiesa di tutte le Americhe, e per dare una occhiata ai murales realizzati sulla falsariga delle famosissime opere di Diego Rivera a Città del Messico, che non avrò occasione di vedere.

Non sarà la stessa cosa, ma vedere scorrere davanti agli occhi la storia del Messico che ho avuto occasione prima di studiare e poi di toccare con mano, sia pure tutto ad un livello molto amatoriale, mi emoziona. Bella soprattutto quella parte di opera che descrive la creazione degli uomini di mais, raccontata alla maniera del Pupul Vuh, una sorta di Libro della Genesi dei Maya, che poi confluirà nel mio romanzo, SANG REAL.

Sul bus per Valladolid, la prima impressione che ho dello Yucatan è.. LUCE! Lo sguardo spazia fino all’orizzonte sulla piana senza asperità. La vegetazione è generalmente molto bassa. Vedo e vivo prospettive assai diverse, e anche piacevoli, rispetto a quelle delle regioni precedentemente visitate di Messico e Guatemala. Il clima molto caldo, ma secco, è sorprendente, per me che vengo dall’umidissimo Chiapas, dopo avere visitato l’ancora più umido Petèn guatemalteco: un vero toccasana.

Capisco subito che Valladolid meriterebbe una fermata di più giorni per una immersione totale nella genuità locale, che non ritroverò più nei giorni seguenti. Trascorro la serata nella piazza del paese, a sorseggiare una birra Sol su una curiosa panchina fatta a S per due persone, di modo che ci si possa guardare negli occhi mentre si parla. Osservo la vita cittadina attorno a me: c’è una discreta animazione allietata da balli e danze tradizionali dello Yucatan e tante bancarelle con prodotti tipici.

Il mattino seguente faccio la cosa per cui sono lì: visitare un cenote, una delle migliaia di grotte con presenza di acqua dolce dalla trasparenza cristallina, originate dall’ultima glaciazione, di cui lo Yucatan è pieno. I Maya li consideravano luoghi divini, ed erano centrali alla loro religione. Oggi, purtroppo, i cenote più grandi sono stati trasformati in attrazioni turistiche modello Disneyland, mentre altri, collegati da tunnel, formano percorsi avventurosi che attirano speleo-sub da tutto il mondo.

Lungi da me finire nella ressa, mi sono diretto verso il cenote Dzitnup, che raggiungo con 7 chilometri di pista ciclabile. Al tempo della mia visita era un luogo assai scarno e solitario e, alla fine, l’emozione sarà troppa anche per me che pure ho un rapporto con l’acqua molto speciale.

Il fatto è che mi trovo da solo a visitare questo cenote, il cui solo accesso a luce di torcia è già ostico finché il custode, che è anche il proprietario del terreno, non si decide di accendermi per un paio di minuti due striminzite lampadine che fanno l’effetto di due minute candele di cera nell’antro cavernoso e sotterraneo in cui sto difficoltosamente scendendo. La poca luce che penetra dalla piccola frattura a oblò nella volta crea una penombra che fatica a scalfire il buio circostante.

Mi occorre una buona dose di coraggio per buttarmi nell’acqua, e nemmeno questo sarebbe bastato se alcune corde non fossero state messe lì a facilitare l’accesso ed anche – disposte a raggiera – la permanenza in acqua. Mi immergo nel liquido scuro, ma nemmeno con la maschera da sub riesco a trovare dei punti di riferimento. Mi rendo conto che sto facendo fatica a respirare e sto per uscire quando per un lungo e magnifico momento il cielo si apre e un intenso raggio di sole scende a colpire l’acqua poco lontano da dove sono aggrappato ad una corda.

È un’esplosione di luce di tutte le tonalità dell’acquamarina quella che accende la grotta, le stalattiti e il mondo sottomarino. Di fatto sembra di essere sospeso per aria, di volare. L’acqua è talmente limpida che vedo distintamente la mia ombra disegnarsi sul fondo, forse 20 metri sotto di me.

Spettacolare!

Con questi colori negli occhi riparto al pomeriggio per Tulum. Tutti i paesi che attraverso sembrano belli, ordinati e genuini quanto Tixokokob, ma più ci si avvicina alla costa e più si nota che gli indigeni sono pienotti, indice di benessere o di un eccessivo consumo di americanate varie, Coca-Cola e patate fritte su tutte.

E sempre più americane sono le auto e i van, con profusione di marmittoni, cromature, interni dei colori e materiali più improbabili e stereo a manetta. Idem le moto, tutte ad imitazione delle Harley Davidson, così come le bici.

Poi è finalmente Caribe messicano: la Riviera Maya sarà la ciliegina di mare a conclusione del mio lungo viaggio. La spiaggia di Tulum, a sud delle famose rovine, è fantastica e supera ogni mia aspettativa. Chi vuole fare vita completamente in spiaggia, a Tulum trova cabanas per tutti i gusti e le tasche con l’unico comune denominatore di essere immerse in un vero eden di sabbia bianchissima sotto fitte palme smeraldo e un cielo di solo di poco più chiaro del mare turchese davanti.

Percorrendo la costa verso Cancun – comodissimi i colectivos, tradizionali minivan in condivisione con altre persone, frequentissimi e a buon prezzo, e quasi tutti nuovi di zecca – si succedono a intervalli di pochi chilometri isolati resort pluristellati e, più distanziati, ex paesi di pescatori, oggi piccole località di vacanza come Akumal e grandi-grandissime come Playa del Carmen, Playacar e infine Cancun, una sterminata distesa di mega hotel e villaggi turistici con duemila camere, davvero da prendere in considerazione solo per il suo aeroporto, punto d’arrivo e/o partenza obbligato per tutti coloro che arrivano in questa parte del Messico dal Vecchio Continente.

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